domenica 17 settembre 2017

Cose che meritano di essere sapute

L'isola di Villingili, nelle Maldive
 
Come abbia potuto non pensarci prima non lo so, ma nonostante il mio pluridecennale amore per le liste è solo oggi che ho avuto l'idea di cercare su internet una lista delle liste. Non che mi aspettassi qualcosa di esaustivo, visto che la lista completa delle liste dovrebbe comprendere non solo le liste di tutti i libri di tutte le biblioteche e librerie pubbliche e private del mondo, ma anche quelle di tutti i componenti di tutti i cori, di tutte le parti di tutte le macchine, di tutte le cellule di tutti i corpi, di tutte le molecole e di tutti gli atomi dell'universo, senza tralasciare quella di tutti i leptoni e di tutti i quark, il che sarebbe impossibile. Speravo comunque di trovare una lista delle liste. Con sorpresa e goduria ho trovato di meglio: la lista delle liste delle liste.
Ti confesserò subito che la ricerca l'ho fatta in inglese e che quindi ciò che ho trovato è la List of lists of lists. Su Wikipedia, naturalmente.
La prima cosa che ho letto è un avvertimento, che traduco: questa lista è incompleta; puoi aiutare espandendola. Il che è diventato automaticamente il mio progetto fondamentale per gli anni che mi restano da vivere.
Poi, mi spiega Wikipedia, questa è una lista di voci che sono liste di voci di liste su Wikipedia in inglese. In altre parole, ogni articolo oggetto di un link è un indice di molteplici liste su un determinato soggetto. Alcuni dei link portano ad altre liste di liste di liste.
Oh gioia! Oh sollazzo! Ormai sono ore che wikipedio a tutta randa, imparando tantissime cose totalmente inutili, che per fortuna mi scordo appena ne imparo una nuova, che mi scordo appena ne imparo una nuova, che mi scordo appena ne imparo una nuova, ecc.
In questo mio peregrinare da una lista all'altra però ho finito col capitare — non chiedermi come, non me lo ricordo — sulla pagina dei punti estremi del mondo. La pagina è lunghetta e quindi non la copio, ma potrai trovarla qui.
Per darti però un'idea del modo in cui sperpero il mio tempo senza ritegno mi soffermerò sull'interessante sottolista dei punti estremi in altitudine, che mi è particolarmente piaciuta.
Se sapevo che il punto terrestre posto alla maggiore altitudine rispetto al livello del mare è il cucuzzolo del Monte Everest, nel quale confinano Nepal e Tibet, a 8.848 m., ignoravo che il punto più profondo del mare fosse l'abisso Challenger, nella Fossa delle Marianne, a -10.994m. Intendiamoci: il nome della Fossa delle Marianne me lo ricordavo, ma non conoscevo quello dell'abisso Challenger. Adesso lo so ed è una bella cosa. Anche se tra cinque minuti me lo sarò già scordato.
Oltre tutto, pensa un po', credevo ingenuamente che il punto più basso della Terra fosse la riva del Mar Morto, a -423 m. E invece no! Il punto più basso della Terra, benché si trovi sotto una coltre di ghiaccio perenne, si trova nella Fossa Subglaciale di Bentley, nell'Antartide, a -2.555 m.
E cosa dire del fatto che il punto più distante dal centro della Terra sia l'estremità del monte Chimborazo in Ecuador, a 6.384 km. da quello stesso centro, mentre il più vicino è in fondo a un buco in piena Antartide, chiamato Fossa Sublagiale di Bentley, a soli 6.353 da quello stesso centro, caro a Jules Verne?
Tutto questo mi ha portato inevitabilmente a farmi altre domande. Per esempio: qual'è il punto più basso d'Italia? Ho scoperto che è Contane, frazione del Comune di Jolanda di Savoia, in provincia di Ferrara. Contane, o per essere più precisi la Corte delle Magoghe, a Contane, si trova a -3,44 m. sotto il livello del mare. Ci tenevo a dirtelo per metterti in guardia contro la lista di www.tuttitalia.it, che ti fa sapere che i comuni più bassi d'Italia sono quelli di Mesola (FE), a 1m. sul livello del mare, nonché di Lagosanto, Comacchio (entrambi FE) e Taglio di Po (RO), tutti e tre a 0m. Su questa stessa lista, Jolanda di Savoia appare a pari merito con i comuni di Porto Cesareo (LE), Fiumicino (RM), Margherita di Savoia (BT), Goro (FE), Milazzo (ME), Rosolina (RO, Tresigallo (FE), Caorle (VE), Porto Tolle (RO) e Loreo (RO), a ben 1m. di altitudine. In realtà la lista di Tuttitalia si limita a dirti a che altitudine si trova il palazzo comunale dei Comuni, il che non ha ovviamente nessun interesse scientifico.
Un'altra domanda che mi sono fatto è: quali sono, nel mondo, i Paesi con l'elevazione massima più bassa? Quelli con l'elevazione più alta li conosciamo bene: la Cina e il Nepal con l'Everest a 8.848m. (repetita juvant), il Pakistan con il K2 a 8.611 m., L'India con il Kangchenjungail a 8.586 m., il Bhutan con il Gangkhar Puensum a 7.570 m. e poi giù fino all'Italia, che con i 4.810 m. del Monte Bianco si trova in trentesima posizione, a parimerito con la Francia. Ebbene, i paesi con l'elevazione massima più bassa sono rispettivamente le Maldive, con i 2 m. raggiunti dall'isola di Villingili, Tuvalu, che non ha nemmeno trovato necessario dare un nome al suo sputacchio di cucuzzolo che raggiunge a malapena i 5 m., e la Gambia, che con la sua Red Rock raggiunge a fatica i 53 m., assicurandosi così il primato di paese non insulare meno alto del mondo.
Se ti prendesse la curiosità di andare a verificare queste mie informazioni ti accorgeresti che in realtà tra i 2 m. delle Maldive e i 53 della Gambia, Wikipedia mette anche tutta una serie di altri posti: Le isole Ashmore e Cartier, le isole Spratly, l'atollo di Tokelau, le isole Cocos, le Marshall, le Minori Esterne degli USA, i Territori Britannici dell'Oceano Indiano, le isole del Mar dei Coralli, le Clipperton, le Cayman e l'acipelago di Turks e Caicos. Ma, ATTENZIONE! La lista di Wikipedia raggruppa paesi e regioni! Il che, mi concederai, è assai approssimativo e quindi inaccettabile.
Spero tu sia d'accordo che a questo punto mi merito un buon caffè. 
Quindi ti saluto.

sabato 16 settembre 2017

Meglio del Nobel


Nella città di Cambridge, Massachusetts, sulla riva opposta del fiume Charles rispetto a Boston, c'è l'Università di Harvard. Tra Cambridge street e Kirkland street c'è il Sanders Theatre, costruito nel 1875 e ispirato al famoso Sheldonian Theatre di Oxford. Il Sanders è famoso per la sua acustica e ospita regolarmente concerti e vari altri spettacoli ai quali possono assistere 1.166 spettatori.
Ma due giorni fa, il 14 settembre, gli spettatori non erano lì per un semplice spettacolo, ma per qualcosa di molto più importante: la cerimonia di premiazione dei laureati del Premio Ig Nobel 2017. L'Ig Noble (che in inglese si pronuncia ignoble, cioè ignobile) premia ricerche che prima fanno ridere e poi fanno pensare (anche se, a mio modesto parere, tendono a fare molto più ridere che pensare). Ogni laureato ha ricevuto, oltre ai dovuti onori, un premio in denaro: una banconota dello Zimbabwe da dieci trilioni di dollari. È vero che quella banconota non ha più corso legale dal 12 aprile 2009, anche perché, tanto per fare un esempio, nel solo luglio del 2008 l'inflazione zimbabweana era stata del 250.000.000%; altrettanto vero però è che oggi quella stessa banconota è vendibilissima a un qualsiasi mercatino delle pulci per ben 3 dollari americani.
La cerimonia dell'altro ieri è visibile integralmente qui, ovviamente in inglese. Il tema della serata era quello dell'incertezza, caro a Werner Heisenberg. Ma ciò che più mi ha interessato, a parte ovviamente l'attribuzione dell'Ig Nobel per la cognizione a quattro ricercatori italiani (Matteo Martini, Ilaria Bufalari, Maria Antonietta Stazi e Salvatore Maria Aglioti) che hanno dimostrato che molti gemelli monozigoti non riescono a riconoscersi l'uno dall'altro in foto, sono stati i numerosi riferimenti a due capisaldi del sapere del XX secolo, troppo spesso sottostimati, quando non addirittura ignorati: l'effetto Dunning-Kruger e il principio di Peter. Se già li conosci e già sai quanto siano fondamentali nelle nostre società sviluppate, vatti pure a fare quattro passi, ché non mi offenderò. Ma se li ignori, ah!, se li ignori, allora questo è il tuo giorno fortunato.
Incominciamo dal Dunning-Kruger, ovvero da due psicologi americani, David Dunning e Justin Kruger.
I due compari partirono dal caso di un certo McArthur Wheeler, che un mattino del 1995 decise di rapinare una banca. Siccome abitava a Pittsburgh, decise di rapinare una banca di Pittsburgh, ché gli veniva comodo. Ma naturalmente il nostro rapinatore in erba non ignorava che ogni banca degna di questo nome è munita di telecamere di sorveglianza. Come procedere? Semplice: si dipinse la faccia con del succo di limone. Il suo ragionamento fu questo: se da bambino, volendo mandare un messaggio criptato a un amico, lo scrivevo usando succo di limone invece che inchiostro, informando poi l'amico che bastava scaldare il foglio per leggere il messaggio, spennellandomi la faccia di succo di limone la renderò invisibile alle telecamere. Wheeler era così sicuro del suo piano che non derubò una, ma due banche nella stessa mattinata. Il giorno stesso la polizia diede alcune immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza a una stazione televisiva locale e nel giro di un'ora qualcuno riconobbe il rapinatore, che, con sua grande sosrpresa, fu arrestato prima di cena.
Dunning e Kruger studiarono non solo il comportamento di Wheeler, ma anche quello di molte altre persone che avevano la tendenza a sopravvalutare le loro capacità e la loro intelligenza e nel 1.999 pubblicarono un articolo intitolato Unskilled and Unaware of It: How Difficulties in Recognizing One's Own Incompetence Lead to Inflated Self-Assessments (Incapace e inconsapevole di ciò: come le difficoltà a riconoscere le proprie incompetenze portino a un'autovalutazione gonfiata).
Il punto è questo: chi è incompetente in un dato campo, spesso manca anche delle competenze cognitive che potrebbero fargli notare la sua incompetenza.
Il corollario è invece che (quasi) altrettanto spesso chi è competente in un dato campo tende a sottovalutarsi, pensando che la sua competenza sia una cosa normale e accessibile alla maggior parte della gente.
Medita, lettore. Medita.
Il secondo caposaldo del sapere citato durante la cerimonia è il cosiddetto principio di Peter, noto anche come principio d'incompetenza. Tre assiomi riassumono questo principio, il cui autore è stato lo psicologo canadese Laurence J. Peter:
  • in ogni gerarchia, un dipendente tende a salire fino al proprio livello di incompetenza;
  • con il tempo ogni posizione lavorativa tende ad essere occupata da un impiegato incompetente per i compiti che deve svolgere;
  • tutto il lavoro viene svolto da quegli impiegati che non hanno ancora raggiunto il proprio livello di incompetenza.
Più generalmente:
  • ogni cosa che funziona per un particolare compito verrà utilizzata per compiti sempre più difficili, fino a che si romperà.
E anche qui, amico mio, medita.
Ma vorrei citare anche due brevi interventi che si sono iscritti perfettamente nel tema della serata, cioè quello del principio d'incertezza di Heisenberg.
Prima ha parlato Jean Evans, vedova del Premio Nobel di chimica William Lipscomb (che in italiano sarebbe Guglielmo Pettine per Labbra, ma non importa). Ecco l'integralità del suo intervento:
Il principio d'incertezza di Heisenberg è molto famoso. Si chiama così dal nome del fisico tedesco Werner Heisenberg, che lo scoprì nel 1927.
55 anni dopo, nel 1982, ero a Lindau, in Germania, a una conferenza scientifica dove c'erano Premi Nobel, studenti e vari invitati. Eravamo tutti seduti a dei lunghi tavoli e proprio di fronte a me c'erano due Premi Nobel: una era Dorothy Hodgkin (che vuol dire Dorotea Parente del Contadino, ma neanche questo importa), di Oxford, e mio marito Bill Lipscomb, di Harvard. Un'anziana signora, molto elegante, è arrivata al nostro tavolo e si è seduta di fianco a me. Si è chinata e ha detto: "Sono la Signora Heisenberg." Mio marito l'ha guardata ed è sbottato: "Ne è certa?" (Applausi scroscianti. L'oratrice se ne va)
Il secondo breve intervento, sempre a proposito del principio di Heisenberg, ha visto al microfono Eric Maskin, Premio Nobel per l'economia 2007. Si è trattato di un intervento 24/7, durante il quale all'oratore viene permesso di spiegare la sua ricerca in 24 secondi e poi di rispiegarla in maniera comprensibile in 7 parole. In 24 secondi Maskin ha detto:
L'incertezza è al centro della vita economica. Cos'hanno in comune petrolieri, giocatori di poker e trader? I petrolieri scavano pozzi, i giocatori di poker cercano di capire il gioco degli altri e i trader si organizzano per sfruttare le incertezze altrui. Chi fa bene queste cose accumula profitti, mentre gli altri potranno sempre piangere.
Il riassunto in 7 parole:
L'incertezza è l'unica cosa certa. Forse.
(Lo so che in italiano le parole sono 8, ma in inglese Uncertainty is the only sure thing. Maybe. ne fa 7).
Ma come resistere alla tentazione di segnalare anche la presenza dell'australiano John Culvenor, vincitore dell'Ig Nobel di fisica nel 2008 per uno studio sulla quantità di forza necessaria per trascinare una pecora su varie superfici? E come passare sotto silenzio l'attribuzione dell'Ig Nobel per la pace a Milo Puhan, Alex Suarez, Christian Lo Cascio, Alfred Zahn, Markus Heitz e Otto Braendli, che si sono messi in sei per dimostrare che suonare regolarmente il didgeridoo costituisce un trattamento efficace contro la sindrome delle apnee ostruttive nel sonno? E poi, cos'avresti detto se non avessi citato anche Matthew Rockloff e Nancy Greer, che hanno meritatamente vinto l'Ig Nobel per l'economia grazie a uno studio che dimostra come il contatto con un coccodrillo vivo influenzi la voglia di scommettere? E James Heathcote (cioè Giacomo Gabbia da Calore, ma adesso la smetto), che si è chiesto perché gli anziani abbiano grandi orecchie, scoprendo che le nostre appendici uditive crescono di ben 2 millimetri per decennio? E ancora, come non sottolineare la presenza di Deborah Anderson, che vinse l'Ig Nobel per la chimica nel 2008 per avere dimostrato che la Coca-Cola non è uno spermicida, ma che condivise quel premio con un'equipe che dimostrò che la Coca Cola è un eccellente spermicida?
Vabbè, ho capito. La smetto davvero. Non prima però di offrirti il link verso la pagina web sulla quale potrai trovare la lista completa di tutti i vincitori dell'Ig dal '91 a oggi.
W la scienza.

lunedì 4 settembre 2017

Prepariamoci all'Albania


Per motivi che scoprirai leggendo, avevo pensato di illustrare questo post con un costume tradizionale albanese. Sono andato su Google Image e quando ho digitato costume albanese mi è venuta fuori questa foto. Non ho resistito.
Adesso passsiamo al post.

Mooolti anni fa, la prima volta che andai in tournée in Finlandia, non persi l'occasione di ridicolizzarmi in maniera tanto patetica quanto vergognosa. Dopo un lungo viaggio in furgone da Aix-en-Provence a Lubecca, mi ero imbarcato su un ferry destinato a solcare le fredde acque del Mar Baltico. La traversata era lunga e obbligava i passeggeri a dormire ben due notti a bordo. Vabbè, diciamo una notte e mezza, visto che il cospicuo natante si lasciava dietro la banchina a notte fonda.
Ma come?, mi dirai, davvero ci vuole tutto quel tempo per andare dalla Germania (allora Ovest) alla Finlandia? E sì, caro mio. Non dimenticare che dopo essersi lasciato a babordo le isole danesi di Lolland, Falster e Møn, il nordico navigatore deve passare a sud di quella di Bornholm prima di avventurarsi in mare aperto, tra la svedese isola di Gotland e la ridente Lituania, per poi virare a tribordo all'altezza di un'altra isola, l'estone Hiiumaa, cosa che gli permetterà di imboccare il golfo di Finlandia e di ormeggiare infine nel porto di quella che i finnici chiamano familiarmente Stadi (città), oppure Hesa, grazioso diminutivo di Helsinki.
Ma non divaghiamo.
Arrivato a Helsinki verso le 10 del mattino, mi ritrovai un paio d'ore dopo a dare una conferenza stampa. Niente di male, mi dirai. E invece sì, visto che a un maligno scribacchino locale venne in mente di chiedermi cosa sapessi del suo nobile paese. Mmmhhh...
Confesso: il primo nome che mi uscì dalla bocca fu quello di Keke Rosberg, campione del mondo di Formula 1 nel 1982, a bordo di una stupida Williams. Sgomento dei cronisti culturali locali. Occhiatacce. Vergogna.
Poi improvvisamente, da non so quale angolo recondito della memoria mi uscì un nome che gridai a pieni polmoni: Kekkonen!!! Già, Kekkonen, che di nome faceva Urho (ma io non lo sapevo) e che, anche se non era più Presidente della Repubblica, lo era stato per 25 anni. E non chiedermi perché quel nome mi fosse rimasto in testa; non ne ho la più pallida idea.
Ma nemmeno Kekkonen bastò a farmi sentire meno stupido. Come avevo potuto andare in tournée in un paese dove non ero mai stato senza prima informarmi un po'? Come avevo potuto non conoscere le sette sinfonie di Sibelius, le opere architettoniche di Alvar Aalto, i libri di Mika Waltari, o i quadri simbolisti di Magnus Enckell? Eh? Come avevo potuto?
Quel giorno mi ripromisi di non ritrovarmi mai più in una situazione tanto imbarazzante.
Ora, in occasione di un viaggio in Albania per assistere al matrimonio di due amici, albanese lei, barese lui, viaggio nel quale farò parte di una combriccola di residenti di Siena e dintorni, mi sono detto che avrei fatto opera di bene offrendo a tutti alcune informazioni indispensabili su quel misterioso paese, ovvero l'antica Arbëria, che gli abitanti del luogo chiamano oggi Shqipëria.
  • Innanzitutto l'Albania è la culla della civiltà illirica, così chiamata dal nome di Illyrius, figlio di Cadmo (fratello di Europa) e di Armonia (figlia di Ares e Afrodite). È un paese montagnoso che vanta un record invidiabile: ha il più grande numero di bunker pro capite al mondo. Quanti siano questi bunker non si sa, ma si sa che a costruirli fu quel patetico coglione di Enver Hoxha, che del paese fu il padrone incontestato per 29 anni. Le cifre variano da 175.000 a 750.000, il che, per un paese di meno di tre milioni di anime, fa nel migliore dei casi un bunker ogni 17 abitanti e nel peggiore un bunker ogni 4. Infatti due sono i ricordi principali che ho di una tournée in quella parte del mondo negli anni '80: 1) sulle strade di montagna c'era un bunker a ogni curva; 2) sulla piazza principale di Tirana, la Piazza Scanderbeg (Sheshi Gjergj Kastrioti Skënderbeu nell'idioma locale), varie bancarelle vendevano piccoli bunker in alabastro ai rari turisti di passaggio.
  • Avendo citato il nome di quella piazza, è bene sapere che Giorgio Castriota, detto Scanderbeg (dal turco İskender beğ, Nobile Alessandro, in riferimento ad Alessandro il Macedone), patriota del '400, è l'eroe nazionale albanese. È ancora più importante poter segnalare a un eventuale autoctono ostile, che la dimostrazione più eclatante della spontanea amicizia di noi italiani verso gli albanesi sta nel fatto che l'Italia ha messo proprio in piazza Scanderbeg, a Roma, uno dei musei dei quali il nostro popolo s'inorgoglise maggiormente: lo splendido Museo nazionale delle paste alimentari, che ho personalmente già visitato più volte con estrema goduria.
  • L'aeroporto nel quale sbarcheremo sarà il Nënë Tereza, ovvero Madre Teresa, nota superstar locale nonostante abbia passato 68 dei suoi 87 anni in quel di Calcutta.
  • Il lago di Ocrida (İskender beğ) sulle rive del quale ci lasceremo andare al consumo di vergognose quantità di raki, l'acquavite nota dall'Albania alla Turchia, che i turchi però allungano ignominosamente con acqua mentre i prodi discendenti degli Illiri consumano pura, è il più antico d'Europa, visto che esiste da un milione di anni, cioè da ben prima dell'arrivo di un qualsiasi bipede di tipo umanoide in quell'angolo del vecchio continente.
  • Per acquistare anche solo un paio di carinissimi bunker di alabastro, che poi faranno un figurone su una mensola del nostro salotto, dovremo cambiare un po' di euro in lek, la valuta locale. Vedendoci offrire circa 1330 lek per dieci miserabili euro non mancheremo di versare una lacrimuccia nostalgica pensando alle nostre passate lire, ma ci consoleremo constatando che sulla moneta da 1 lek c'è un simpatico pellicano, uccello che in passato abbondava nel paese. Oggi, ahimé, ne rimangono pochi, in particolare sul Piccolo Lago Prespa (da non confondersi con il Grande), poco più di 4 chilometri quadrati del quale sono in territorio albanese, mentre i restanti 42,6 se li tengono stretti quei puzzoni di greci.
  • Qualora la conversazione con un autoctono dovesse languire, potremo sempre vantare la bellezza incontaminata del Monte Korab, anche se probabilmente non sarà visibile dal lago di Ocrida, vista la sua modesta altitudine di 2169 metri — pur sempre superiore di 135 metri a quella del municipio di Sestrière. Parlando del Monte Korab, tralasceremo educatamente di ricordare che una parte dei suoi pendii sono ancora oggi zone minate, in seguito agli scontri che opposero meno di vent'anni fa l'esercito macedone a delle bande armate albanesi.
  • In alternativa potremo sempre estasiarci al ricordo della lettura del Palazzo dei sogni o del Generale dell'armata morta di Ismail Kadare, evitando elegantemente di segnalare come la pallosità di quei due libri ci abbia portato ad abbandonarli rispettivamente a pag. 32 e a pag. 15.

Ecco, mi pare che con queste informazioni dettagliate possiamo partire tranquilli.
Ah, no, un'ultima cosa: dov'è il bagno, per piacere? si dice ku është banjo, për kënaqësi? (con l'accento sulla a di kënaqësi). Se non capisci la risposta, vai in fondo a sinistra.

sabato 2 settembre 2017

Cose di Longobardi

Alboino ordina alla moglie Rosmunda
di bere vino dal cranio del padre Cunimondo.
Rosmunda berrà, ma giurerà vendetta
e finirà con l'uccidere il crudele marito

Non so quanto sangue longobardo mi scorra nelle vene. So che ne ho un quarto di germanico, un quarto di piemontese e due quarti di pavese. Il che lascia supporre la presenza di un certo numero di globuli rossi ereditati da qualche amico di Alboino.
Parlo di Longobardi perché stamattina, leggendoo un articolo del Corriere della sera intitolato Longobardi - la cerniera dell'Italia, una frase mi ha sorpreso: Per la gente dalla lunga barba sembra arrivata la fine. Perdinci! Non avevo mai saputo che il termine longobardo significasse dalla lunga barba.
Sì, lo so, certe volte la vastità della mia ignoranza stupisce anche me. Poi magari mi consolo dicendomi che è bello continuare a imparare cose nuove a quasi settant'anni, però nel frattempo mi sento una capra.
Ho cercato barba sul dizionario etimologico, e ho trovato:

bàrba lat. BÀRBA, che probabilmente sta per BARDA (con la facilità per la quale le due lettere B e D si sostiuiscono a vicenda: es. a. lat. duònus = class. bònus, duèllum = bellum) e confronta col ted. BÀRT, ang. sass. e ing. beard, frison. BERD, let. BARDA, lit BARZDÀ, a. slav. BRADA, pol. BRODA, celto (gall.) BARF, (armor.) BARÔ, ecc., e rannodasi per alcuni alla rad. sscr. BHAR portare; propr. ciò che l'uomo porta al mento. [Però giova aver presente il sscr. BÀRBARAS chioma lanosa]
I peli che l'uomo ha sulle guance e sul mento; e per analogia il Complesso de' filamenti della radice di piante o d'altre cose, ed anche le Radiche dei denti. Dicesi inoltre per Zio più specialmente paterno, ed è voce già usata da Dante (Paradiso 19, 136) [ho cercato e ho trovato: E parranno a ciascun l'opere sozze / del barba e del fratel, che tanto egregia / nazione e due corone han fatte bozze], che vive tutt'ora [cioè nel 1907, anno della pubblicazione del Dizionario Etimologico di Ottorino Pianigiani] in alcune parti d'Italia: dal bass. lat. BÀRBA o BARBÀNUS, che pur significò zio: forse da BÀRBA come segno di età matura e quindi di rispetto. Siccome poi la barba è segno di virilità e sembra che accresca la dignità del volto [non sono proprio sicuro che accresca la dignità del mio, ma non importa], così dicesi in astratto «Barba d'uomo» per uomo di eminenti qualità [ah beh, allora sì]: onde «non va barba d'uomo che ti superi» = non v'è alcuno per valente ch'ei sia che ti superi; e «Barba» dicesi per uomo che se la pretenda, che presuma di se [e no, così non va bene]. «Stare in barba di gatto o di micio» vale in modo basso per Stare con tutti gli agi (quasi come le gatte di fattoria). «Fare una cosa in barba ad alcuno» = Farla a dispetto di alcuno (cioè proprio sotto i suoi occhi. «Far la barba di stoppa ad alcuno» = Ingannarlo, Abusarsi della sua semplicità (quasi dargli ad intendere di fargli venire la barba vera e fargliene invece una di stoppa). «Barbagrazia» usato avverbialmente con le particelle In, Per e simil. vale In grazia particolare (come se dicesse In grazia della vostra barba).

Ammetterai volentieri che la bellezza di questa lunga spiegazione meritava ampiamente di essere riportata in esteso.
Sì, però se torniamo ai Longobardi troviamo bardi. Vuoi vedere che anche bardo viene da barba e che l'espressione il bardo di Stratford-upon-Avon era un modo di dare dello zio a Shakespeare?
E invece no, visto che:

bardo dal celt. BARDD poeta, cantore, che cercasi di spiegare o col gall. BAR furore, entusiasmo, o coll'irl. armoric. BAR illustre, dotto. Nome che presso gli antichi popoli celtici e gallici si dava ai Cantori o Poeti destinati a celebrare le imprese degli uomini illustri [e a questo punto è ovvio che, visto che i miei spettacoli hanno sempre avuto la tendenza a celebrare le imprese di uomini illustri, al prossimo rinnovo di carta d'identità esigerò che dopo Professione mi scrivano bardo].

Tornando ai Longobardi, pare siano scesi in Italia dalla valle dell'Elba, nell'est della Germania, facendosi prima un giretto in Pannonia, il che però non vuol dire che io possa vantarmi di avere anche un po' di sangue magiaro, visto che i Magiari arrivarono in Ungheria dalla valle del Volga cinque secoli dopo che i Longobardi avevano già abbandonato le terre oggi governate dal simpatico Viktor Orbàn. Peccato.
In conclusione di questo post longobardo-barbuto-bardico ti consiglio vivamente di guardarti questo video nel quale I Gufi si ebiscono nell'immortale Va Longobardo.

P.S. Per i non milanesi e i non anzianotti in generale, specifico che I Gufi furono un gruppo musicale molto celebre in Lombardia tra il '64 e il '69. Era composto da Gianni Magni (cantante e mimo, il che sembra un ossimoro, ma non lo è), Lino Patruno (chitarrista jazz), Roberto Brivio (cantante, fisarmonicista e chitarrista) e Nanni Svampa (cantante e chitarrista, stranamente qui assente).


sabato 26 agosto 2017

Ciumbia!


Se hai letto il mio post sai che ho lanciato un appello ai lettori per scoprire l'etimologia dell'esclamazione lombarda "ciumbia!" Purtroppo non solo non ho ricevuto risposte, ma è da ieri mattina che la cosa mi ossessiona. Ho cercato invano su tutta una serie di siti: niente. Poi ieri sera, a letto, mentre mi stavo quasi addormentando, mi è venuto in mente che l'origine di ciumbia dovevo forse cercarla in qualche altra lingua. La prima che mi è venuta in mente è il francese. Ma sai com'è, ero già sotto il lenzuolo e ho preferito dormirci sopra (non sopra il lenzuolo, sopra l'idea). Stamattina però mi sono dato da fare.
Siccome il suono della c di ciumbia in francese sarebbe scritto tch, ho guardato sul mio vocabolario Garzanti francese-italiano e ho visto che i lemmi che incominciano per tch vanno da "tchador" a "tchin-tchin". Niente che incominci per tchou.
Allora ho pensato allo spagnolo. Ho cercato su un vocabolario online e ho trovato "chumbera", che significa fico d'India. Solo parzialmente soddisfatto, ho proseguito le ricerche e sul sito della "Revista de Filología Española" ho trovato un articolo di tale José Vázquez Ruiz, intitolato "Etimología de chumbera y chumbo." L'inizio dell'articolo è deludente: "No stan de acuerdo los lexicólogos acerca de la etimogía de la voz chumbera" (che traduco per le capre con "I lessicologi non sono d'accordo sull'etimologia della voce chumbera") Se neanche i lexicólogos sono de acuerdo andiamo male, mi sono detto. E sono passato al portoghese, lingua nella quale "chumbo" significa piombo, dal latino "plumbum."
Si, vabbè, ma cosa c'entrano i portoghesi con la Lombardia? Niente. Gli spagnoli, quelli sì ce li abbiamo avuti sul groppone. A Milano in particolare, visto che dopo l'incoronazione di Carlo V da parte di papa Clemente VII, Milano è diventata spagnola. Lo sanno tutti, se non altro perché si ricordano dell'esortazione del cancelliere Ferrer al suo cocchiere, "Adelante, Pedro, cum juicio", nel capitolo XII dei Promessi sposi.
Allora sono tornato all'articolo di Vázquez Ruiz e ho letto che che la parola "chumbo" è "de origen incierto." Per essere precisi, non è Vázquez Ruiz che lo dice, ma nientepopodimeno che l'illustre "filólogo, lexicógrafo y etimólogo español" Joan Corominas, che come tutti sappiamo era non solo figlio del politico Pere Coromines e della pedagoga Celestina Vigneaux, ma anche fratello del matematico Ernest Corominas e della psicanalista Júlia Coromines, il che gli faceva una bella famiglia. (E qui apro una parentesi tonda per confessare che non ho la più pallida idea del perché in quella famiglia il padre e la figlia si chiamassero Coromines con la e, mentre i figli si chiamavano Corominas con la a. Ma non importa). È nel suo "Diccionario crítico etimológico castellano e hispánico" pubblicato in 6 volumi tra il 1991 e il 1997 che Corominas se ne viene fuori col suo "origen incierto" della parola "chumbo."
Leggendo l'interessante articolo di Vázquez Ruiz ho scoperto che i botanici ritengono che il "Cactus opuntia", o fico d'India, sia arrivato dall'America, espandendosi prima nel sud della Spagna e dell'Italia, poi in tutta l'area mediterranea, in particolare in quei paesi, dalla Libia al Marocco, dove abitavano i berberi. Mentre da noi quel frutto incominciò ad essere chiamato fico d'India, anche se l'India non c'entrava niente, nei paesi berberi si chiamava fico dei cristiani, un po' come l'insalata russa, che in Russia si chiama insalata italiana. Secondo Vázquez Ruiz, l'appellativo "fico di Barberia" (usato ancora oggi in francese: "figue de Barbarie") "prueba sólo que [quel fico] se extendió por el Norte de Africa", cioè, per le solite capre, "prova solo che [quel fico] si estese a partire dall'Africa del Nord." Ma, ancora più interessante, Vázquez Ruiz ci informa che in Andalusia il fico d'India "lleva el nombre de higuera chumba=higuera bastarda", ovvero "porta il nome di higuera chuma=fico bastardo").
A questo punto tutto è diventato chiaro:
1) a Milano c'erano gli spagnoli e tra di loro c'erano degli andalusi;
2) in spagnolo fico si dice "higuera";
3) in luglio e agosto, quando uno spagnolo andava dal fruttivendolo chiedeva un chilo di higueras e andava tutto bene;
4) quando però, in settembre, mese nel quale si trovano sia fichi normali che fichi d'India, il fruttivendolo si chinava verso il cesto di fichi normali, l'acquirente andaluso esclamava "chumbas!" con tale veemenza che il vicino acquirente milanese si mise a credere che quella parola fosse un'esclamazione generica;
5) la sparizione della s finale e l'introduzione della i dopo la b, che trasformarono chumbas in ciumbia costituisce un processo di modificazione ben noto ai lessicologi;
6) forse all'inizio qualche milanese scoprì che "chumba" stava per bastarda, ma poi, vista l'ambiguità della parola fico, il popolino incolto immaginò che significasse fica (o figa) e l'adottò definitivamente come esclamazione (fica!), forse meno elegante di perdindirindina, ma altrettanto efficace
Ed è così che nacque ciumbia.
Vabbè, non è che sia proprio sicuro sicuro che le cose siano andate così, però ammetterai che la cosa è plausibile. E finché qualcuno non mi darà un'altra spiegazione io mi tengo questa.

venerdì 25 agosto 2017

Esclamazioni (e qualche insulto)


Mio padre, quando si stupiva, diceva "ciumbia!" Purtroppo non solo quella parola è molto meno usata oggi, ma non riesco nemmeno a trovarne un'etimologia credibile su internet.
Quindi lancio un appello al mondo del web: qualcuno sa da dove viene ciumbia?
"Cribbio!", quello lo so, è una variante di Cristo, un po' come in Toscana si dice Maremma (maiala) invece di Madonna. Così come so che il bolognese "socc'mel", talvolta trasformato in "soccia" costituisce un pacato, ancorché provocante, invito a una fellatio e che "urca!" non ha niente a che fare con l'orca (per Linneo "Orcinus orca"), ma con l'"hulk" germanico-olandese che significa nave (forse riprendendo l'esclamazione stupita di chi improvvisamente e inaspettatamente scorgeva un vascello all'orizzonte).
Ma "ostrega"? Perché i veneziani ce l'avevano con le ostriche? E perché "accidenti" è diventato "accipicchia"?
E poi c'è "mizzica" (o miezzeca), che pare derivi dal latino "mencla", forma volgare di "mentula", che è quella cosa che abbiamo noi maschietti e non hanno le nostre amichette. È ovvio che "mizzica" è cugina di "minchia", dalla quale derivano i meno volgari "michiata" e "minchione" (quest'ultimo presente anche nel "Giornalino di Gian Burrasca di Vamba, il che è tutto dire). Peraltro in Sicilia la "minchia di re" è un pesce, il "Coris julis", comunemente noto come donzella, che i napoletani chiamano schiettamente "Cazzo di re." Notiamo anche che un gioco di 97 carte, in passato popolare a Firenze, ma oggi in disuso, si chiamava "Le Minchiate."
"Sorbole" viene dal frutto del sorbo, la sorba, che è acido, tant'è che Dante lo oppone alla dolcezza del fico, scrivendo "ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi / si disconvien fruttare al dolce fico" (Inferno, XV, 65-65).
Facendo una piccola ricerca ho anche trovato che "mannaggia" viene da "mal n'aggia", ovvero male ne abbia, una specie di maledizione.
C'è poi la strana espressione "che togo!", presente non solo nel sassarese, ma anche in varie regioni italiane, che significa che bello, o che lusso, ma che non so se si riferisca al paese dell'Africa Occidentale stretto tra il Ghana e il Benin, all'ammiraglio giapponese Togo Heihachiro (1848-1934), o a che altro.
"Poffarbacco" è un'elaborazione di "perbacco" (per Bacco!), che, come "perdiana", se la prende con un dio della grecia antica evitando così di prendersela con Dio tout court. In poffarbacco troviamo il verbo "poffare", contrazione di può fare.
Sempre per evitare di dire "per Dio!" è nato "perdinci!", con le sue varianti perdina, perdicoli e perdindirindina, anche se sospetto che quest'ultimo lemma abbia un'etimologia un po' più complessa, della quale, ahimé, non ho trovato traccia.
Per tornare a mio padre, quando si arrabbiava per davvero usava un'espressione che non ho mai sentito altrove e della quale, benché fosse per me intrisa di mistero, non ho mai osato chiedergli l'origine: "La Taide putta!" Col tempo, ho finito per scoprire che Taide era la prostituta protagonista dell'Eunuchus, commedia di Terenzio, citata più tardi sia da Cicerone che da Dante e infine da Borges. Tanto per essere completi (e per aggiungere dettagli ancora più inutili a questo pedante sfoggio di inutilità), ecco qualche informazione supplementare su Taide: il soldato Trasone, che la amava come e quanto il giovane Fedria, le regalò una schiava di nome Panfila. Il fratello di Fedria, Chèrea si innamorò della schiava e si travestì da eunuco per incontrarla e fare porcherie con lei. Trasone, per motivi troppo lunghi da spiegare, avrebbe voluto riprendersi Panfila, ma quando venne fuori che lei era in realtà una cittadina ateniese, venne liberata e sposò Chèrea. A questo punto Taide si mise a convivere con Fedria e vissero tutti a lungo felici e contenti.
Ma si sa, quando ci si mette a cercare cose del genere si finisce sembre con l'imbattersi in Umberto Eco. Ho trovato il testo di una conferenza che il tuttologo milanese avrebbe dovuto tenere al Festival della Comunicazione di Camogli, ma che fu annullata causa pioggia. Il testo è però disponibile su internet e si conclude con una gustosa lista non di esclamazioni, ma di insulti, molti dei quali sempre meno usati. E con questa lista concludo anch'io:
pistola dell’ostrega, papaciugo, imbolsito, crapapelata, piffero, marocchino, pivellone, ciulandario, morlacco, badalucco, pischimpirola, tarabuso, balengu, piciu, cacasotto, malmostoso, lavativo, magnasapone, tonto, allocco, vaterclòs, caprone, magnavongole, zanzibar, bidone, ciocco, bartolomeo, mona, merlo, dibensò, spaccamerda, tapiro, belinone, tamarro, burino, lucco, lingera, bernardo, lasagnone, vincenzo, babbiassso e/o babbione, grand e gross ciula e baloss, saletabacchi, fregnone, lenza, scricchianespuli, cagone, giocondo, asinone, impiastro, ciarlatano, cecè, salame, testadirapa, farfallone, tanghero, cazzone, magnafregna, pulcinella, zozzone, scassapalle, mangiapaneatradimento, gonzo, bestione, buzzicone, cacacammisa, sfrappolato, puzzone, coatto, gandùla, pagnufli, cichinisio, brighella, tombino, pituano, pirla, pisquano, carampana, farlocco, flanellone, ambroeus, bigàtt, flippato, fricchettone, gabolista, gaglioffo, bietolone, gadano, fighetta, imbranato, balordo, piattola, impagliato, asparagio, babbuino, casinaro, bagolone, cucuzzaro, accattone, barabba, loffio, tappo, caporale, toni, macaco, baluba, pappone, pizipinturro, polentone, bonga, quaquaraquà, tarpàno, radeschi, peracottaro, ciculaté, mandruccone, paraculo, fanigottone, scamorza, scricio, mezzasega, rocchettée, pataccaro, pinguino, margniflone, mortodesonno, sbragone, mortadella, peracottaro, scorreggione, pappamolla, furfantello, scioccherello, stolto, sventato e biricchino.





domenica 20 agosto 2017

Incominciamo dall'inizio

La Via Lattea vista dal Grand Canyon

Allora, incominciamo dall'inizio.
All'inizio non c'era niente. O magari c'era qualcosa, anzi probabilmente c'era qualcosa, ma siccome nessuno ne sa niente diciamo pure che all'inizio non c'era niente. Poi c'è stata una roba tipo oscillazione quantistica e bang! Anzi, big bang. E circa 13,8 miliardi di anni fa è venuto fuori l'Universo, che si è messo a fare un sacco di cose rapidissime e caldissime. Poi si è dato una calmata.
Adesso c'erano delle polveri, che si sono messe a girare e a formare delle stelle e delle galassie e degli ammassi di galassie e dei super-ammassi di galassie. Di quelle cose lì l'Universo ne ha fatte un sacco, tant'è vero che oggi c'è chi dice che di galassie ce ne siano 200 miliardi e chi dice che ce ne siano 2.000. E comunque l'Universo continua a farne di nuove, mentre ne distrugge altre, facendole scontrare come macchinine del luna-park.
Comunque sia, dopo un po' più di 9 miliardi di anni di lavoro, l'Universo ha tirato fuori il Sole. E già che c'era ha tirato fuori anche i pianeti del Sistema Solare mettendo insieme delle polveri che passavano da quelle parti.
Sono passati altri 5 miliardi di anni e poi, sempre da quelle polveri, è venuta fuori la Terra, che però non funzionava molto bene. Per fortuna qualche centinaia di migliaia di anni dopo è arrivato un pianeta vagante che si chiamava Theia e che ha dato una tale botta alla Terra che non solo l'ha inclinata come si deve, ma le ha anche strappato via tanta di quella polvere e tante di quelle rocce che tutta quella roba lì ha finito per formare la Luna, il che è una bella cosa.
Sulla Terra c'erano vulcani dappertutto e a forza di sputare fuori cose varie che non aveva voglia di tenersi in pancia, la Terra si è ritrovata con intorno una bella atmosfera piena di vapore acqueo che, condensandosi, ha creato gli oceani. E così, circa 3,5 miliardi di anni fa, negli oceani è nata la vita terrestre. Dico terrestre perché mi stupirei molto se su nessun altro tra i miliardi di miliardi di pianeti che ci sono in giro non ci fossero altre vite non terrestri. Ma andiamo avanti.
Le prime forme di vita terrestri non erano un granché: degli sputacchini di batteri sottomarini che non erano cosa di cui vantarsi. Però, metti insieme due batteri oggi, mettine insieme quattro domani, prima sono nate le cellule e poi i pesci.
Intanto dall'acqua usciva un supercontinente che si chiamava Rodinia, anche se non c'era in giro nessuno per chiamarlo così, che però poi si divideva in piccoli continenti separati, che però separati non stavano bene e si sono riuniti di nuovo per formare prima la Pannotia e poi la Pangea. Ma, com'è come non è, la Pangea si è divisa di nuovo e 180 piccoli milioncini di anni fa ha finito per formare i nonni dei continenti di oggi.
Intanto, a forza di sputare fuori lapilli e magma, la maggior parte dei vulcani si sono calmati e la temperatura è scesa fino a trasformare tutta la Terra in una specie di palla di neve. Finché la palla di neve si è sciolta e un pesce, non si sa bene quale, ha dato un'occhiata fuori dall'acqua e ha visto che c'erano delle piante. Gli sono piaciute e lui ha deciso di vivere all'aria aperta e di imparare a respirare. Allora si è fabbricato dei polmoni. Poi ha chiamato vari amici e i pesci — non tutti, ce ne sono che non ne hanno voluto sapere di vivere in mezzo ai gerani e alle betulle — i pesci sono venuti fuori in massa e hanno incominciato a trasformarsi in animali piccolini e poi sempre più grossi. A forza di giocare a io sono più grosso di te sono nati i dinosauri.
È passato un altro sacco di tempo. I dinosauri se la spassavano e non avevano paura di niente, tutt'al più si ammazzavano e si mangiavano un po' tra di loro.
Ma a questo punto è successo il patatrac. Una sessantacinquina di milioni di anni fa, dalle parti dello Yucatan messicano — se vogliamo essere precisi, dalle parti del villaggio di Chicxulub — bang! Dal cielo è caduto un sasso. Dico un sasso perché rispetto al pianeta vagante che aveva colpito la Terra qualche miliardo di anni prima non era cosa: misurava tra 5 e 15 chilometri, roba da poco. Però quella roba da poco è arrivata a una tale velocità che ha comunque sollevato un gran polverone incandescente. Col tempo la polvere si è raffreddata e si è messa a girare intorno alla Terra fino a formare una nuvola omogenea e così densa che per vari anni i raggi del Sole non passavano più. Risultato: più del 90% delle specie animali e vegetali sono andate kaputt.
Tra i sopravvissuti però c'erano dei mammiferini di poco conto che, col passare dei secoli e dei millenni, si sono divertiti a diversificarsi fino a diventare un po' formichine e un po' mammut, con tutte le cose che ci sono in mezzo. Tutte, meno noi uomini, donne e deputati, che non esistevamo ancora.
In realtà è solo 4,5 milioni di anni fa, o poco più, che una scimmia dell'Africa orientale ha trovato che era più comodo camminare su due zampe invece che su quattro. Lei non lo sapeva, ma era un Australopithecus anamensis. Ma i suoi pro-pro-pro-ecc.nipoti si sono estinti in qualche centinaio di migliaia di anni, lasciando il posto a delle scimmie che magari non erano più carine, però erano più intelligenti.
Ormai l'avrai capito, è sempre un po' la stessa storia: gli australopitechi si sono trasformati, i loro discendenti si sono trasformati a loro volta, e via così fino a 2 o 300 mila anni fa, quando è venuto fuori l'Homo sapiens, che molto sapiens non era ancora, però lo era un po' di più dei suoi antenati.
Questo sapiens ci ha messo un po' prima di andare a curiosare fuori dall'Etiopia e dai paesi vicini, a occhio e croce tra 150 e 200.000 anni. Poi però, una volta partito non si è più fermato. 50.000 anni fa è arrivato in Australia e 40.000 anni fa in Europa. Il che è strano, visto che l'Australia è molto più lontana dall'Etiopia dell'Europa, ma si vede che al sapiens interessava andare verso est, forse per vedere dove sorgeva il sole.
Comunque sia, una volta arrivato in Europa si è trovato bene. Finché è arrivata una glaciazione. Faceva un freddo cane. Ghiaccio dappertutto. Lui allora è scappato verso il Medio Oriente e già che c'era ha fondato la civiltà. Poi però, quando i ghiacci si sono ritirati, tra 15 e 20.000 anni fa, è tornato indietro ed è andato a fare il bagno a Saint-Tropez, ma anche a Napoli e persino a Lisbona. Senza dimenticare il fatto che altri sapiens non ne avevano voluto sapere di andarsene dall'Africa e avevano finito col popolare tutto il loro continente.
Di uomini ormai ce n'erano un po' dappertutto, dall'Irlanda allo Sri Lanka, passando dall'Estonia e dalle steppe russe. Ed è proprio da quelle steppe che 5.000 anni fa sono sbucati gli Yamnaya, che erano molto alti. E infatti è a loro che dobbiamo di essere in media più alti dei sardi, visto che in Sardegna gli Yamnaya non ci sono mai andati — e non hanno mai saputo cosa si perdevano.
Ma ormai tutti se ne andavano in giro da una parte all'altra. Così, per esempio, pare che molti irlandesi discendano dagli iberi, mentre molti celti hanno antenati francesi, o belgi.
Ormai lo studio dei marcatori genetici dimostra ampiamente che in ognuno di noi c'è sangue che viene da varie parti del mondo. L'unica eccezione è quella degli aborigeni australiani che, avendo vissuto per decine di migliaia di anni da soli, hanno mantenuto una certa omogeneità genetica.
Tutto questo per dire che chi si ostina a parlare di "razze" umane è un imbecille. Esattamente come chi dice a questo o a quello di starsene a casa sua.
Come dici? No, io Salvini non l'ho nominato.

mercoledì 26 luglio 2017

L'isola che mi fa sognare


Sono anni che mi dico che vorrei andarci. So che non ci andrò mai — e non solo perché andarci è molto difficile e complicato. Non è un'isola dei Mari del Sud, anche se è in mezzo al mare ed è a sud. È un posto dove piove in media 252 giorni all'anno. La temperatura massima mai registrata è di 24,4° e anche se la minima è di 4,6° la cosa è poco consolante. La superficie è un quarto di quella della Repubblica di San Marino, ma un buon terzo è occupato dai pendii del vulcano. C'è un unico paese, dove abitano 293 persone.
La prima isola di cui ho sognato in vita mia è stata quella di Robinson Crusoe. Defoe la mette dalle parti di Trinidad, al largo del Venzuela, anche se a ispirarlo è stata l'avventura vissuta da un certo Alexander Selkirk, un pirata scozzese che fu volontariamente abbandonato dal capitano della nave a bordo della quale si trovava su un'isoletta che oggi porta il suo nome, a 700 chilometri dalle rive cilene.
Più tardi sono arrivate L'isola misteriosa di Jules Verne e quella della Tortuga di Salgari, poi le Trobriand di Malinowski e la Ta'u di Margaret Mead, la Pitcairn degli ammutinati della Bounty, l'Isola di Pasqua e le Kerguelen. Ancora qualche giorno fa, quando ho letto che l'isoletta di Little Ross — quasi 12 ettari, con un casa e un faro, al largo della Scozia — era in vendita per 365.000€ non ho potuto evitare di pensare che beh, se fossi ricco magari...
Ma questa è diversa. Questa è la terra abitata più lontana da un'altra terra abitata che ci sia al mondo. E quell'altra terra abitata è anche lei uno sputacchio d'isola con poco più di 700 abitanti, più di 2.100 chilometri a nord, Sant'Elena. Se poi uno vuole trovare dei negozi, dei ristoranti e un po' di facce sconosciute ha la scelta tra farsi 2.431 chilometri verso est, per arrivare a Città del Capo, oppure 3.415 verso ovest, per arrivare a Montevideo. In nave, visto che sull'isola non c'è un aeroporto. Non esiste al mondo posto più sperduto.
Le uniche navi ad andarci con una certa regolarità sono dei pescherecci sudafricani, otto o nove volte all'anno. Ogni tanto arriva anche una nave da crociera, ma è raro. La nave deve buttare l'ancora al largo, poi ci vogliono le scialuppe per sbarcare i pochi turisti che se ne vanno in giro per due o tre ore per le vie del paese, vanno a vedere i campi di patate e i greggi di pecore, prima di partire comprano qualche francobollo e magari un maglione e poi se ne tornano via con le scialuppe.
Sì, lo so, gli abitanti non sono molto accoglienti. Per sbarcare devi prima chiedere l'autorizzazione ed è già capitato che quell'autorizzazione venisse rifiutata a qualche navigatore solitario di passaggio che magari avrebbe voluto solo bersi un paio di birre in compagnia di qualche altro essere umano, o mangiarsi un'aragosta o un po' di carne di pecora con le patate dopo settimane e settimane di solitudine.
Sì, lo so, passare la vita in capo al mondo senza mai vedere più di 292 altre facce non può che indurirti e renderti diffidente verso tutto ciò che viene dall'esterno.
Eppure io su quell'isola sogno davvero di andarci. Anche se non ci andrò mai.
Queelo che succede lo so da Facebook. Per esempio venerdì scorso la nave Edinbugh ha lasciato l'isola con a bordo tre ragazze che andranno a continuare i loro studi in Gran Bretagna. Scrivo queste righe e le immagino a bordo. Ormai dovrebbero vedere da lontano le coste sudafricane. Se tutto va bene sbarcheranno stasera. Chissà se è il loro primo viaggio lontano da casa? Dove dormiranno a Città del Capo? Quanti giorni si fermeranno prima di partire per Londra? E una volta arrivate là come sopporteranno lo choc? Difficile da immaginare.
Sì, lo so, oggi sull'isola hanno una connessione internet, possono vedere il mondo. Ma se penso al mio choc, quello della mia prima volta a New York, città che avevo visto decine e decine di volte al cinema, se penso a quel mio choc di ragazzo che comunque aveva sempre vissuto in una grande città, non riesco ad immaginare nemmeno da lontano quale sarà il loro.
Ricordo quanto successe nel 1961. Un'improvvisa eruzione vulcanica spinse tutti gli abitanti ad andarsi a rifugiare su un'isola deserta a 35 chilometri da casa. Da lì furono tratti in salvo da una nave olandese, che li portò in Gran Bretagna. Ma due anni dopo, quando venne loro proposto di scegliere tra restare in Inghilterra e tornare a casa, la maggior parte delle famiglie decise di tornare, alla faccia delle autostrade, degli scones, del tè delle 5 e della BBC. Gente fiera. Gente solitaria.
Pare che le rare volte che un italiano passa da quelle parti la prima cosa che si sente chiedere è se è di Camogli. Già, perché tra gli otto maschi e le sette femmine da cui tutta la popolazione discende, due erano dei camogliesi, Gaetano Lavarello e Andrea Repetto, che vi naufragarono nel 1892.
Va bene, la smetto qui.
Una sola cosa ancora: l'isola è ovvimante Tristan da Cunha. E mi fa sognare.